Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
La Chiesa, con le sue svariate realtà interconnesse e convergenti verso il “bene soprannaturale delle persone”, non può essere tradotta perfettamente nel linguaggio canonistico. Il diritto, tuttavia, è chiamato a rifletterne il Mistero, operando al servizio di una giustizia mai separata dalla verità e dalla misericordia. Un compito che richiede un sapere capace di andare oltre una conoscenza superficiale e nozionistica, per penetrare e indagare la realtà. Sono alcuni dei temi affrontati da Papa Leone XIV questa mattina, 23 ottobre, nel discorso rivolto ai partecipanti al congresso internazionale per il 150.mo anniversario della facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana. Il convegno contempla cinque giornate di incontri e approfondimenti, dal 20 al 24 ottobre, presso la sede romana dell’ateneo.
La storia della facoltà
Il Pontefice incontra i circa 400 partecipanti all’udienza nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico vaticano. Tra loro figurano il rettore magnifico della Gregoriana, il padre gesuita Mark Andrew Lewis, e il decano della facoltà, il padre, anch’egli gesuita, Damián Guillermo Astigueta. Nel suo intervento, Leone XIV ripercorre brevemente la storia degli studi di diritto canonico presso l’ateneo, istituiti il 16 agosto 1876 per volontà del beato Papa Pio IX.
Fu quello il compimento di una lunga tradizione di studio e di insegnamento del diritto canonico, che aveva accompagnato la storia del Collegio Romano e della Compagnia di Gesù
Il “filo ininterrotto” del diritto
Il 150.mo anniversario, che ricorre nel 2026, segna quindi una tappa significativa nel percorso di un insegnamento che aveva già sviluppato una “propria tradizione scientifica”, grazie al contributo di numerosi “maestri che hanno dato lustro alla facoltà e hanno contribuito in modo rilevante allo sviluppo della scienza canonica”.
Essi costituiscono una sorta di filo ininterrotto che unisce le generazioni e che ancora oggi consegna una preziosa eredità scientifica ed ecclesiale
“Non molte cose, ma molto bene”
L’opera apostolica della Compagnia di Gesù è quindi il comune denominatore, individuato dal Pontefice, relativo alla facoltà e, più in generale, a tutta la Gregoriana. Essa è quindi aderente a una spiritualità che sgorga dagli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola e trova una delle sue espressioni nella formula “Non multa, sed multum”: “Non molte [cose], ma molto [bene]”.
Importa, cioè, non conoscere molte cose, ma penetrare profondamente nella realtà, comprenderla, interiorizzarla. Così scrive sant’Ignazio: “Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente”
Riflettere anziché tradurre
Non sorprende, dunque, che l’impostazione spirituale osservata dal Papa trovi riscontro nel modo in cui la facoltà concepisce l’insegnamento del diritto della Chiesa. La sua finalità non è soltanto conoscere le norme che regolano la vita ecclesiale, ma anche formare persone capaci di maturare il senso ecclesiale dello iustum, ossia di ciò che è giusto. Una prospettiva che si acquisisce “mediante lo studio accurato delle fonti, della tradizione canonistica e dei principi teologici che illuminano la norma”. Tale formazione, aggiunge il Vescovo di Roma, è possibile quando lo studio del diritto canonico si svolge alla luce del mistero della Chiesa, così come illustrato dal Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica Lumen gentium.
Se è vero, come scrisse san Giovanni Paolo II nella Costituzione apostolica Sacrae disciplinae leges, con la quale promulgava il Codice di Diritto Canonico per la Chiesa latina, che “è impossibile tradurre perfettamente in linguaggio ‘canonistico’ l’immagine della Chiesa”, tuttavia il diritto canonico deve rifletterla
Il bene della persona e della Chiesa
Il diritto interno alla Chiesa svolge quindi un servizio essenziale per custodire la sua stessa comunione. L’obiettivo, spiega Leone XIV, è “creare tale ordine nella società ecclesiale che, assegnando il primato all’amore, alla grazia e al carisma, rende più agevole il loro organico sviluppo”.
Il bene della persona e della comunità ecclesiale, infatti, non possono esistere indipendentemente l’uno dall’altro
“La giustizia è l’amore ordinato”
È in questa prospettiva che si colloca anche il programma di studi della facoltà, nel quale si legge: “Il diritto della Chiesa deve sempre tendere al bene soprannaturale dei singoli fedeli e all’edificazione della comunione ecclesiale”.
Vi esorto a operare fedelmente secondo tale finalità, cioè per il bene soprannaturale delle persone, che si attua perseguendo la vera giustizia, mai separata nella Chiesa dalla verità e dalla misericordia
Sant’Agostino, ricorda Leone XIV, esprime questo legame nella formula “Ordinata dilectio est iustitia”, ovvero “La giustizia è l’amore ordinato”.
Sperimentare l’universalità della Chiesa
Il Pontefice richiama quindi un’ultima caratteristica della facoltà, presente anche nei suoi statuti: il riconoscimento del proprio ruolo speciale al servizio della missione petrina.
Vi invito pertanto a proporre ai vostri studenti un’esperienza viva della Chiesa universale, che trova nel Vescovo di Roma il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità. Gli studenti e le studentesse – chierici, consacrati e laici –, che giungono da tante parti del mondo per compiere i loro studi a Roma, devono poter sperimentare, anche attraverso la vita universitaria, che la Chiesa è una comunione universale; e, una volta tornati nelle loro Chiese particolari, portare con sé questa esperienza come una ricchezza da condividere, mettendola a servizio delle loro comunità
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